Essere, Esserci e Divenire nella pittura di Domenico Severino
Saggio critico di Pasquale Matrone
Luigi Pareyson, in Estetica: teoria della formatività, afferma che l'opera d'arte è «un fare che mentre fa inventa il modo di fare.» Domenico Severino, pittore pompeiano dall' esperienza ormai pluridecennale, costituisce un chiaro esempio della verità insita nelle parole del filosofo piemontese, noto soprattutto per avere a lungo indagato sul sottile legame che unisce il pensiero esistenzialista, la riflessione estetica e l'Ermeneutica.
Severino, artista assetato di sapere, è l' esempio convincente di una pittura in movimento, capace, giorno dopo giorno, di rinnovarsi e di reinventarsi, in un "fare" che mai risulta sterile o privo di senso. La sua ricerca non conosce sosta: è febbrile, costante, intensa e sofferta. Lo sguardo è perennemente teso a cogliere i segreti della realtà (considerata come Essere ed Esistenza insieme), per fissarli sulla tela e, finalmente, descriverli a sé stesso e al mondo. E, per raggiungere lo scopo, scruta con occhio indagatore l'intero universo da ogni angolazione possibile, usando tutti gli strumenti in suo possesso ed escogitandone, all'occorrenza, altri, sia pure i più strani e impensabili: resina, sabbia, asfalto, cenere ..., tanto per fare qualche esempio.
In Filosofìa dell'arte, Antonio Banfi, nel mettere in evidenza la ricchezza dell'esperienza estetica e dell'infinita varietà delle sue forme, sostiene che la sua natura autentica è data da una miscela di esserci, non-essere e dover-essere, in un «divenire che è negazione e crisi continua». E non sbaglia. La fondatezza della suddetta affermazione trova conferma, anche questa volta, nell'itinerario artistico di Domenico Severino in cui risulta possibile individuare, a livello cronologico, quattro momenti fondamentali che, ferma restando la predominanza di volta in volta dell'uno sull'altro, comunque continuano a convivere, fondendo, in un unico ed eclettico progetto, tradizione e innovazione; passato, presente e futuro; memoria e progetto; realtà e sogno; visione lucida e delirio; senso della terra e desiderio struggente di cielo; fisica e metafisica; presa d'atto del degrado e voglia di ribellarsi; paura di vivere e coraggio di credere nell'avvento di un'alba nuova, nell'annuncio di un'improvvisa catarsi e di un totale riscatto dell'uomo nel mondo delle cose e della Storia.
Nei quadri di Severino, dunque, le inquietudini dell’Esserci e cioè del singolo e del suo difficile quotidiano confronto con l'assurda, misteriosa e indecifrabile dimensione dell'Essere (sempre troppo lontano e insensibile nei confronti delle umane vicissitudini), coesistono e si completano con l'indomita e costante volontà manifestata dall'artista di "percepirsi" come frammento insostituibile di un divenire inarrestabile, eterno.
Emblematica, tra le opere che concludono la prima fase di Severino, risulta essere quella che ha per titolo: Il mio mondo (1989, olio, cm 50x70). In primo piano, di spalle, seduto su una sedia rudimentale, vissuta come un trono, con l'imponenza saggia e distesa di chi, nel proprio regno, si è reso degno di autorità e rispetto, seminando amore e altruismo, il vecchio padre; e davanti a lui: uno spicchio d'orto, la madre (piccola, in un angolo, a scrutare qualcosa tra l'erba, lo sguardo rivolto alla terra, quasi a rappresentare la realtà nella sua concretezza ineluttabile e nuda), le galline, scheletri di alberi, un muro e, al di là di quest'ultimo, sprazzi rossi di un tramonto impregnato di fatica e di attese. Stanno fissando l'orizzonte, gli occhi del vecchio contadino; dal punto in cui si trova, egli, consapevole dell'esiguità del suo spazio vitale ma, nel contempo, sicuro della solidità dei valori in esso racchiusi, pur senza coltivare aspettative temerarie e impossibili, sembra essere attratto e rapito da una speranza moderata e non velleitaria. Il quadro è attraversato dall'ineffabile magia di un'atmosfera generatrice di appagamento e di quiete.
Se si pensa che il primo osservatore della scena è colui che l'ha dipinta, si comprende la valenza pregnante di questo periodo della formazione di Severino e si colgono le radici profonde alle quali attinge un autore che. sin dal suo esordio, si porta dentro contenuti valoriali genuini e solidi, fatti di aderenza alla realtà, coscienza dei limiti, voglia di sogno e di libertà.
Significativo del secondo periodo, un olio su tela (cm 40x50) del 1994: Masseria a Trecase. Una casa colonica che ha porte e finestre chiuse e, nello spazio antistante, erba troppo alta: segnali inequivocabili della solitudine e del silenzio che ormai avvolgono un mondo in agonia. Tentativo estremo di proteggere nella suggestiva impostazione dell'insieme e nella scelta di un cromatismo quasi metafisico almeno qualche brandello di memoria... Pittura come racconto e, insieme, nobile e dignitosa malinconia del non detto. Dietro il legno antico e dentro le pietre che separano l'interno dall'esterno, sono rimasti intrappolati per sempre i fantasmi e le voci di una dimensione troppo in fretta ingoiata da un tempo i cui ritmi, all'improvviso, sono divenuti insostenibili, sino a togliere il respiro.
Degrado, un olio su tela (cm 70x100) del 1997, ben si presta a rappresentare la terza fase del percorso artistico del maestro pompeiano. In primo piano, appeso a uno dei pali senza vita di una staccionata, offesa dagli anni e dalle intemperie, un vecchio cappotto consumato. Dietro: un mare indifferente e quasi scialbo di erba violentata dalla presenza nemica di bidoni vuoti, abbandonati e ricoperti di ruggine. Il tutto trasmette al fruitore dell'opera una cupa sensazione di impotenza e di malessere. La stessa che aleggia nell'aria e nelle vicende di una umanità abbrutita dalla fame mai appagata di avere e dal colpevole oblio dell’ essere. La società opulenta, inseguendo e indicando mete menzognere e allettanti, ha succhiato linfa alla terra, ha distrutto le certezze e le emozioni, ha condotto il pianeta sull'orlo di un orrido e impietoso precipizio... L'artista ne prende atto; si sente inadeguato; sa che, se pure tentasse di urlare, la voce gli rimarrebbe imprigionata nella gola o verrebbe sommersa dai rumori assordanti e aggressivi di un meccanismo soverchiante e ormai ingovernabile. E, tuttavia, non si arrende, continua a dipingere. E i suoi quadri sono un atto di accusa e un'implacabile denuncia.
Spinto da un impulso che gli deriva da una sorta di rinnovato entusiasmo per la sua arte, da qualche anno, Severino sta percorrendo strade nuove. Nelle sue opere, lo spazio, scomparse le figure e gli oggetti, viene riempito di un prepotente e vibrante miscuglio di colori e di luce il cui intrinseco potenziale si materializza in operazioni stilistiche che mai risultano gratuite o improvvisate. Dietro la dissoluzione della forma, infatti, ricercata e voluta con estrema perizia, si intuisce il pieno possesso di una tecnica sofisticata che consente all'artista di inoltrarsi, con invidiabile disinvoltura e con una completa padronanza dei mezzi espressivi, negli ineffabili penetrali di una materia, che al di là della superficie, in apparenza ottusa e inerte, riesce a manifestarsi ai suoi occhi come energia allo stato puro, pronta a esplodere come forza catartica e rigeneratrice.
Certo, Severino procede al di là e oltre i confini tracciati dalle poetiche dell'Informale (nonché dall’Espressionismo astratto e dall' Action painting americana) che, sia pure con strategie diverse, tra gli anni cinquanta e sessanta, testimoniarono la crisi e l'incomunicabilità che attraversarono l'Europa e il mondo durante il periodo della "Guerra fredda" e subito dopo e che. spesso, registrarono adesioni di maniera e poco convincenti da parte di coloro che, innamorati della moda, si inoltrarono per sentieri voluti da altri e da un'industria culturale sempre in agguato e pronta a utilizzare la protesta per il proprio tornaconto.
La scelta di Severino (coincidente con il quarto e attuale momento del suo "viaggio") è figlia dell'inizio tormentato del nuovo millennio e di un modo di essere pittore genuino e inconfondibile, anche se non è priva di punti di riferimento importanti e di sicuro spessore. Basti pensare a Emilio Vedova e alle febbrili e drammatiche dissonanze coloristiche dei suoi quadri. Fatte le dovute differenze e tenendo conto della diversa cronologia in cui il "prodotto" dei due artisti si inserisce, in entrambi è evidente che la violenza presente nel colore e la destrutturazione quasi totale dello spazio sono sintomi palesi di un disagio generato dal crollo dei grandi ideali e dal senso di inadeguatezza e di frustrazione che l'individuo avverte nei confronti della società e della Storia.
Filosofia dell'Essere, tecnica mista su tela (cm 50x70) del 2002. è uno dei quadri più intensi e importanti dell'attuale momento artistico di Severino. Un'opera che, sia pure con modalità diverse e con una rinnovata passione, racconta ancora una volta il messaggio di sempre di un maestro che. a buon diritto, può essere considerato una delle voci più interessanti e rappresentative del nostro tempo. Un impasto di colori (giallo, rosso, nero, grigio, celeste, viola...), carichi di un dinamismo incontenibile, pronto a esplodere per irradiare la propria incommensurabile forza verso tutte le direzioni del cosmo, dando la sensazione a chi osserva che l'artista è inebriato da una voglia, eroica sino ai limiti della follia, di contribuire al trionfo della luce sulle tenebre, di oltrepassare la distanza che ingiustamente separa il singolo dalla totalità, la fragilità dell' umana creatura dalla enigmatica e inaccettabile "prepotenza" di Dio.

Amore, inquietudine e ribellione nella proposta di Domenico Severino
di Pasquale Matrone
J. Cage ha definito l'arte ‹‹una sorta di condizione sperimentale in cui si sperimenta il vero››. Domenico Severino, condividendo in pieno questa tesi, considera l'arte non più ‹‹un altro mondo›› ma «questo mondo» con tutte le sue miserie e i suoi affanni, e accusa la società «consumistica›› che agisce con violenza sugli artisti, subordinandoli alla tecnica industriale e alle fredde regole della produzione.
Domenico Severino oppone un netto e categorico rifiuto ad ogni sorta di allettamento proveniente dal sistema. Tenta, con tutto il vigore di cui dispone, di trovare un suo linguaggio di evidenza immediata, che possa consentirgli di individuare nuove quanto inusitate strategie di comunicazione col pubblico. In questa sua ricerca, comunque, Severino non si lascia incantare da certe tendenze provocatorie, e, nel contempo, appesantite da un intellettualismo esasperato, fiorite intorno agli anni settanta. Prende le dovute distanze e guarda con sospetto ed ironia l’iperrealismo, il concettualismo e la body-art; non abbandona l'immagine tradizionale ne tanto meno accetta di esprimersi mediante abbozzi astratti e teorici. Se pure si isola dal mondo, in una sorta di compiacimento quasi narcisistico, lo fa con mezzi propri, con tecniche semplici e chiare, invocando, con fanciullezza e schietta ingenuità, l'aiuto di Michelangelo, Masaccio, Piero della Francesco, Picasso, De Chirico, Van Gogh... Chiede soccorso ai grandi, li interroga, li implora, cerca in essi un segno, l'ombra sbiadita di un messaggio, la grande risposta ai suoi accorati interrogativi. Non si limita, dunque, a rimanere chiuso entro gli orizzonti angusti e sterili della denuncia, ma si sforza di venir fuori dalla crisi, di individuare percorsi alternativi, di trovare i mezzi, le forme e il linguaggio per farsi capire e per annunziare, finalmente, la sua sublime e incrollabile verità.
Domenico Severino predilige la tecnica olio su tela, ma ha la capacità di esprimersi in maniera convincente anche quando usa la tempera e la china o altri materiali che sempre, comunque, riesce a impiegare in modo personale ed estroso e con mano sicura, che dipinge come se scolpisse e che si rivela particolarmente incline a tracciare linee nervose, violente e decise. Il suo primo amore sono i paesaggi e le figure umane. Si tratta di un amore consapevole e fedele, destinato a durare nel tempo, anche se, di tanto in tanto, sembra affievolirsi per cedere il passo a tentativi metafisici in cui l'artista, inquieta e misteriosa creatura dell'infinito, insegue, palpitante, una musa dallo sguardo impenetrabile, che, nell'aria, si ostina ad indicargli percorsi impossibili, posti al di là dello spazio e del tempo, nei luoghi evanescenti della finzione, dove il colore si fa preghiera e bestemmia ed esplode in urla bestiali e solitarie. La musa di Domenico Severino è quasi sempre nuda e lontana dalla terra; gli volge le spalle; dista da lui, forse, milioni di anni luce; vive una vita diversa ed è perennemente in procinto di partire; pare, a causa di un terribile e ineluttabile maleficio, condannata a dissolversi nel nulla, dove anche i sogni più forti si frantumano e si fanno di pietra fredda e nera come la menzogna e il tradimento. In un angolo della tela, spesso, l'artista dipinge sé stesso: gli occhi sbarrati, le labbra sottili, il corpo tozzo, il volto segnato da una smorfia di dolore e di sdegno, si pone come un monumento all'incomunicabilità e alla sofferenza e, contemporaneamente, si rivela simile ad una roccia, dura e solenne, pronta a scontrarsi con tutte le furie dell'inferno, sicura di farcela, testarda, per nulla disposta ad arrendersi, decisa a non lasciarsi sopraffare dal pianto disperato.
Dopo la parentesi metafisica, Domenico Severino ha cominciato ad esplorare l’universo degli oggetti e delle cose inanimate: una natura morta e abbandonata che l'uomo ha violentato senza pietà e senza pudore, nel mentre egli stesso si trasformava in un fantoccio arido e privo di senso, attratto dalle squallide promesse dell’avere e in fuga irreversibile e folle dalle dimensioni del vivere autentico e dell’essere. Nel fiore senza vita, abbandonato crudelmente su un termosifone; nelle scarpe consumate che giacciono sopra un cumulo di foglie accartocciate; nelle lattine arrugginite; nei mattoni solitari che giganteggiano in un paesaggio irreale; nella giacca di contadino dimenticata sul vecchio muro di una casa colonica c'è un comune denominatore: la rinuncia, la sofferenza, l’inutilità dell'umana avventura, l’impossibilità di reagire, la paura e il desiderio della morte, l’attesa debole e improbabile di un riscatto e di una catarsi.
Se Domenico Severino si fosse fermato a questo traguardo, avrebbe dovuto dichiarare in maniera esplicita la sua sconfitta. Non lo ha fatto. Ancora una volta si è mostrato in grado di trovare dentro l’anima sua l'energia necessaria per riprendere il cammino. La musa è tornata a fare capolino dalle nuvole sparse in un ciclo che a poco a poco si lascia penetrare e tingere dai raggi tiepidi di un sole stanco e malato, ma anche voglioso di accarezzare e di donare la vita ad uomini e cose. Ha ritrovato la sua vena più autentica recuperando nella sua pittura la dolcezza ineffabile di sua madre e la robusta e legnosa figura del vecchio padre. Una figura antica, nodosa, solida; coraggiosa come una quercia che non si lascia spaventare dalla violenza e dalla ferocia inaudita della tempesta. Una figura che ritorna dai luoghi lontani e impenetrabili della memoria. Da un’infanzia assolata, carica di sete e di fame, dove nel cuore immacolato di un fanciullo sensibile e diverso, il padre, proprio il padre, uomo dei campi, in silenzio, in una brumosa mattina d’ottobre, seppe piantare il seme prepotente e benefico dell’ amore e della ribellione.

SEZIONE DEDICATA ALLE INTERVISTE
“Contagiare i ‘mastini’ della guerra con il virus della Bellezza…”
Il progetto e i sogni del maestro Domenico Severino
Prisco, Rea e Compagnone nella formazione e nel ricordo del pittore pompeiano
Intervista di Pasquale Matrone su La Nuova Tribuna Letteraria di Padova
Poco incline ad assecondare gli umori e i capricci delle mode e insofferente nei confronti di qualsivoglia condizionamento ideologico, il pompeiano Domenico Severino, classe 1949, è, oggi, una delle presenze più significative della pittura contemporanea.
Ricerca costante, inquietudine costruttiva e sperimentazione sono le caratteristiche dominanti della sua proposta artistica che, nel corso degli anni, è divenuta sempre più matura e incisiva, imponendosi all’attenzione della critica più esperta e accreditata a livello nazionale. Recensioni e saggi a lui dedicati sono apparsi su riviste specializzate nonché in libri che hanno reso noti i quadri più intensi e rappresentativi del suo lungo, multiforme e felice itinerario artistico.
Quando è nata la sua vocazione per la pittura?
“Non ho avuto la possibilità di fare studi regolari: ho conseguito il diploma di terza media durante il servizio militare…Figlio di contadini, gente semplice abituata a lavorare e a lottare in silenzio contro ogni sorta di avversità, ero anch’io destinato a sudare nei campi. Frequentavo la terza elementare quando, un giorno, mentre tornavo da scuola, rimasi folgorato da un quadro esposto nella vetrina di un negozio della mia città: era bellissimo, luminoso, magico: piante di pesco fasciate dalla luce del sole, al di là di una cancellata… Provai una sensazione forte: il pittore era riuscito a trasmettermi il segreto per proiettarmi nell’infinito, verso una sorta di inebriante dimensione di libertà.
Qualche tempo dopo, durante un lungo periodo di convalescenza, usando pezzi di carbone presi dal ‘focolare’, cominciai a disegnare con la mano sinistra. Fu la Provvidenza a condurre a casa mia, un giorno, un ‘angelo’, l’architetto Totino, un artista geniale, sensibile e solitario che, quando vide i miei quadri, rimase a tal punto colpito da invitarmi a visitare il suo studio. Mi incoraggiò, mi fece comprendere di avere dentro di me un potenziale da tirare fuori… Parlò con i miei genitori, li aiutò a capire. Con mio padre dovette insistere molto… Continuai a fare il contadino fino a quando partii per il sevizio di leva. Ma, nell’anima, ora sapevo di essere un pittore…”
Quali sono stati i suoi punti di riferimento culturali e artistici?
“Ho avuto il privilegio di frequentare scrittori importanti come Prisco, Rea, Compagnone. L’amicizia con quest’ultimo, soprattutto, mi ha arricchito, consentendomi di attingere a un patrimonio culturale di portata notevole che è servito non poco a dare spessore e senso alla mia pittura nonché a fornire alla mia mente orizzonti e prospettive di grande respiro…
Anche se da autodidatta, ho studiato moltissimo e continuo a farlo. Ho cercato nei libri le tecniche, le strategie e i percorsi dei grandi maestri. Ho amato molto Piero della Francesca, Michelangelo, Leonardo. E poi: Van Gogh, Picasso, Klimt, De Chirico…”
In che modo si rapporta con la realtà? Ci vuole svelare qualche ‘segreto’ in merito agli strumenti e alle strategie con cui realizza le sue opere?
“Ho iniziato il mio cammino occupandomi della figura umana. Ne ho studiato, con tenacia quasi maniacale, i contorni, il contenuto, le sottigliezze, quasi a coglierne, oltre che la struttura, l’anima stessa. Ho usato mio padre come modello. L’ ho fatto, forse, per una sorta di inconscia rivalsa. Da uomo concreto e poco incline a sognare l’impossibile, era stato scettico, agli inizi, in merito al mio futuro di artista. In questo modo avrebbe capito: la mia ribellione era ben motivata e mai, neppure per un istante aveva sottratto qualcosa all’amore e alla stima che nutrivo nei suoi confronti.
Per quanto riguarda le tecniche e le strategie, mi piace sottolineare che uso di tutto per dipingere: cenere, carbone, tempera, grafite, olio… Amo molto l’acrilico per la rapidità con cui si asciuga, consentendomi di vedere subito i risultati del mio lavoro. Risponde in pieno alle esigenze della mia congenita ansia di rappresentare con immediatezza la realtà, dopo averne colta la dimensione nascosta, misteriosa e inespressa.”
Quale funzione hanno, nella sua proposta pittorica, la forma, il colore e la luce?
“All’inizio sono stato attratto dalla forma delle cose. Ho cercato di impadronirmene e di reinventarla, trasferendovi dentro emozioni, paure, attese, sogni, ricordi, ossessioni. Non mi sono mai fermato, comunque, anche se non rinnego nulla del mio passato. Perennemente proteso verso la conquista di un linguaggio sempre più adatto a esprimere il senso della profonda metamorfosi che, col passare del tempo, si verificava in me stesso e nel mondo, non ho mai smesso, perciò, di sperimentare e di tentare percorsi alternativi… In questi ultimi anni ho raggiunto traguardi diversi che mi hanno fatto individuare nell’informale e nel destrutturato possibilità nuove e in perfetta sintonia con ciò che, oggi, sento il bisogno di raccontare…
Considero i colori come un mezzo per arrivare alla luce. Sono attratto dalla luce. In essa abita l’enigma della vita e del divenire. Amo il rosa antico, il giallo, l’ocra, il grigio chiaro: sono adatti a descrivere la sospensione e i voli dell’anima nello spazio infinito, le inebrianti atmosfere del fantastico e del metafisico, le orme sovrumane della divinità…”

Ricerca, sperimentazione e culto della Bellezza
Incontro con l’artista pompeiano che, assetatodi luce, ama proiettarsi nel “fantastico” infinito
Intervista di Pasquale Matrone (pubblicata sul n° si settembre 2004 della Rivista Albatros
Quando e perché hai cominciato a dipingere?
"Figlio di contadini, gente semplice abituata a lavorare e a lottare in silenzio contro ogni sorta di avversità, ero anch’io destinato a sudare nei campi. Frequentavo la terza elementare quando, un giorno, mentre tornavo da scuola, rimasi folgorato da un quadro esposto nella vetrina di un negozio della mia città: era bellissimo, luminoso, magico: piante di pesco fasciate dalla luce del sole, al di là di una cancellata… Provai una sensazione forte: il pittore era riuscito a trasmettermi il segreto per proiettarmi nell’infinito, verso una sorta di inebriante dimensione di libertà. Fu proprio allora che decisi che quella sarebbe stata la mia strada…"
Chi ti ha guidato a muovere i tuoi primi passi nella pittura?
"Non ho avuto il privilegio di fare studi regolari: ho conseguito il diploma di terza media durante il servizio militare… Ho cominciato a lavorare molto presto, prima in campagna e poi presso la bottega di un falegname. Un infortunio alla mano destra, oltre a danneggiarmi nel fisico, mi fece soffrire nello spirito: era colpa mia, avrei dovuto stare più attento… Così disse il padrone. Ero solo un ragazzo… Costretto a una forzata inattività e, per giunta, umiliato, io, già per natura poco loquace, mi chiusi in me stesso: provavo rabbia e rancore contro un mondo adulto ingiusto, insensibile, inumano… Intanto, durante la convalescenza, usando pezzi di carbone presi dal “focolare”, cominciai a disegnare con la mano sinistra. Fu la Provvidenza a condurre a casa mia, un giorno, un “angelo”, l’architetto Totino, un artista geniale, sensibile e solitario che, quando vide i miei quadri, rimase a tal punto colpito da invitarmi a visitare il suo studio. Mi incoraggiò, mi fece comprendere di non essere affatto un brutto anatroccolo, di avere dentro di me un potenziale da tirare fuori, di essere il bianchissimo cigno della favola… Parlò con i miei genitori, li aiutò a capire. Con mio padre dovette insistere molto… Continuai a fare il contadino fino a quando partii per il sevizio di leva. Ma, nell’anima, ora sapevo di essere un pittore…"
Riconosci di avere modelli o, comunque, punti di riferimento nella storia dell’arte?
"Anche se da autodidatta, ho studiato moltissimo e continuo a farlo. Ho cercato nei libri le tecniche, le strategie e i percorsi dei grandi maestri. Ho amato molto Piero della Francesca, Michelangelo, Leonardo. E poi: Van Gogh, Picasso, Klimt, De Chirico… E ho avuto il privilegio di frequentare scrittori importanti come Prisco, Rea, Compagnone. L’amicizia con quest’ultimo, soprattutto, mi ha arricchito, consentendomi di attingere a un patrimonio culturale di portata notevole che è servito non poco a dare spessore e senso alla mia pittura nonché a fornire alla mia mente orizzonti e prospettive di grande respiro…"
Quale “progetto” contengono i tuoi quadri? Quale alternativa proponi, come artista, al mondo così come oggi ti appare?
Vorrei, con le cose che dipingo, riuscire a raccontare alla gente che esiste il Bello, non quello esteriore, delle apparenze illusorie e destinate a dissolversi nel tempo, bensì quello racchiuso nel cuore segreto dell’universo. Il Bello, inteso come armonia, giustizia, verità, luce. Vorrei contagiare tutti gli uomini, soprattutto “i mastini” della guerra, con il virus della Bellezza. Solo così li aiuterei a capire che il potere non serve a nulla; che la sofferenza e il dolore inflitti ai deboli non pagano; e che, essendo la morte l’unica e ineluttabile certezza, la vita va vissuta in ben altro modo… Dipingo, dunque, per rendere me stesso e la gente più capace di amare e di sentire. Nutro grandi speranze per il futuro. La pittura mi ha liberato dal mio iniziale pessimismo, facendomi comprendere che l’avvenire va costruito con animo fiducioso e aperto, usando al meglio i “talenti” che ciascuno possiede, senza mai arrendersi…
Elenca le tecniche pittoriche che attualmente ritieni più adatte a esprimere il tuo messaggio.
"Premetto che ho iniziato il mio cammino artistico occupandomi della figura umana. Ne ho studiato, con tenacia quasi maniacale, i contorni, il contenuto, le sottigliezze, quasi a coglierne, oltre che la struttura, l’anima stessa. Ho usato mio padre come modello. L’ ho fatto, forse, per una sorta di inconscia rivalsa. Da uomo concreto e poco incline a sognare l’impossibile, era stato scettico, agli inizi, in merito al mio futuro di artista. In questo modo avrebbe capito: la mia ribellione era ben motivata e mai, neppure per un istante aveva sottratto qualcosa all’amore e alla stima che nutrivo nei suoi confronti. Per quanto riguarda le tecniche, mi piace sottolineare che uso di tutto per dipingere: cenere, carbone, tempera, grafite, olio… Amo molto l’acrilico per la rapidità con cui si asciuga, consentendomi di vedere subito i risultati del mio lavoro. Risponde in pieno alle esigenze della mia congenita ansia di rappresentare con immediatezza la realtà, dopo averne colta la dimensione nascosta, misteriosa e inespressa."
Che cosa significano per te la forma, il colore e la luce?
"Nel passato sono stato attratto dalla forma delle cose. Ho cercato di impadronirmene e di reinventarla, trasferendovi dentro emozioni, paure, attese, sogni, ricordi, ossessioni. Non mi sono mai fermato, comunque, anche se non rinnego nulla del mio passato. Perennemente proteso verso la conquista di un linguaggio sempre più adatto a esprimere il senso della profonda metamorfosi che, col passare del tempo, si verificava in me stesso e nel mondo, non ho mai smesso, perciò, di sperimentare e di tentare percorsi alternativi… In questi ultimi anni ho raggiunto traguardi diversi che mi hanno fatto individuare nell’informale e nel destrutturato possibilità nuove e in perfetta sintonia con ciò che, oggi, sento il bisogno di raccontare… Considero i colori come un mezzo per arrivare alla luce. Sono attratto dalla luce. In essa abita l’enigma della vita e del divenire. Amo il rosa antico, il giallo, l’ocra, il grigio chiaro: sono adatti a descrivere la sospensione e i voli dell’anima nello spazio infinito, le inebrianti atmosfere del fantastico e del metafisico, le orme sovrumane della divinità…
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