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Iole Chessa Olivares |
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L’eterno girotondo, la bruma e la forza della poesia nell’itinerario spirituale e artistico
di Iole Chessa Olivares
Il percorso poetico di Iole Chessa Olivares ha inizio nel 1991con la raccolta Lente apparizioni, pubblicata da Firenze libri, con la prefazione di Mario Mazzantini. I versi, covati a lungo in una mente poliedrica avvezza sin dall’infanzia a interrogarsi sul senso dell’esistere, vedono la luce solo quando, ormai raggiunta l’età matura, l’artista avverte l’esigenza di dare corpo e forma a un universo che, ben radicato e cresciuto nell’anima, chiede con insistenza di rivelarsi.
L’esperimento la gratifica, la esorta a insistere, la stimola a ricercare un linguaggio adatto alla voce, capace di rappresentarne, in modo inconfondibile, il timbro, l’intensità, l’altezza. Ne danno prova le sillogi successive: Di baleni una rapsodia, Oltre il sipario, Nella presa di un’ora, In piena sulla conchiglia, Quel tanto di rosso, La buccia del grido…
Lo stile acquista, a poco a poco, un’identità, si fa graffiante, intenso, originale. La critica approva. Delle nuove raccolte si occupano Plinio Perilli, Dante Maffia, Domenico Cara, Stefano Valentini... Tutti concordano sulla qualità della musica: la poetessa ha raggiunto ormai un livello espressivo notevole, grazie a un’esplorazione interiore e letteraria vissuta in un alternarsi sofferto di inquietudine costruttiva, consapevolezza dell’ineluttabilità della sofferenza e fede in una speranza proiettata oltre i confini della speranza.
Iole Chessa Olivares alimenta il suo canto con un’indagine di respiro sempre più ampio; e, nel mentre si adopera di comprendere ragioni e segreti del suo essere nel mondo, riesce a farsi eco universale della drammatica epopea del vivere e del morire. Nel suo ostinarsi a ricercare senso, vi è, tuttavia, un costante timore di essere inadeguata, priva dei mezzi adatti a dare concretezza ai suoi pensieri. Amareggiata dalle ombre presenti nell’uomo e nella Storia, ella lamenta una congenita impotenza che le impedisce un sia pur breve contatto con l’Assoluto. La vita è un enigma che le grava nella mente, seminandovi la zizzania del sospetto: ci si muove a fatica; si procede in solitudine, gli uni estranei e indifferenti agli altri: in una babele di suoni chiusi a ogni tentativo di sintonia, solo in apparenza dialoganti, destinati a perdersi nel delirio di un grottesco e frustrante monologo collettivo… Monadi, privi di porte e di finestre, gli uomini urlano la loro angoscia, incapaci di parlare e, soprattutto, di ascoltare…
C’è dolore nel mondo. Iole Chessa Olivares lo sa. Ma ne parla senza compiacimento vittimistico e senza mai indossare abiti eroici e titanici. Lei ha provato, nel corpo e nell’anima, il fuoco delle stimmate che il tempo e la società quotidianamente infliggono proprio a chi è più sensibile…
Un grido terrificante si sprigiona, dilatandosi, dall’intero universo. Lei ne coglie la veemenza e il fragore. Come gli altri. O, forse, molto di più. Perché i poeti, allenati a percepire anche i semplici balbettii della realtà, di quest’ultima, più degli altri, sanno interpretare i segnali… Neppure a loro, però, risulta facile trovare un lessico adatto a descrivere la natura e la forza soverchiante del grido. Bisogna, dunque, scegliere un approccio diverso, più efficace: farsi uno con le cose, udirne i palpiti, comprenderne i codici. Iole Chessa Olivares teme di non riuscire mai a rappresentare, in maniera esauriente e fedele, l’intensità della pena provocatrice del grido: gli strumenti in suo possesso non le bastano: si adattano, a fatica e in modo parziale, a narrare a malapena i contorni, e cioè solo la buccia informe e quasi evanescente dell’ urlo che, infrangendo la barriera del suono, si cristallizza in una smorfia afona: simile a quella inchiodata sulla tela da Munch, con un impasto livido di bile, di sangue e di piombo…
Per l’artista romana, comunque, la consapevolezza raggiunta, più che un tragico punto di arrivo, è solo un ostacolo funzionale e produttivo, un’occasione per riprendere il suo pellegrinaggio verso il Mistero. Il ruolo del traguardo va ridimensionato: conta molto di più lo spirito con cui, quotidianamente, ci si mette in cammino. L’atteggiamento giusto si assume solo allorché si capisce che le cose sono governate dall’impermanenza; che tutto è illusorio; che oggetti e persone appaiono e scompaiono in un processo di metamorfosi perenne… Solo così ci si sottrae alla trappola dell’egoismo e della sofferenza e si riesce fare di ogni momento del viaggio un’esperienza pregnante e indimenticabile.
L’arte di Iole Chessa Olivares affonda le radici in un’infanzia segnata da un difetto di comunicazione, da una voglia di tenerezza mai appagata. Scrivere è stato il primo e più accessibile mezzo di autodifesa e di consolazione: la voce non le bastava a esprimere il suo mondo interiore; il foglio bianco, invece, col suo mutismo invitante e discreto, le offriva la possibilità di dare nome e dimora sicura al non detto.
Ora che il passato è ormai lontano, la poetessa ripete sovente di avvertire la necessità di imparare a scrivere: molto più di quanto non sappia già farlo. La sua non è una banale dichiarazione di umiltà; è, invece, la confessione onesta di un convincimento ben motivato: più gli orizzonti conoscitivi si dilatano, più risulta complicato descrivere ciò che si è compreso. Imparare a scrivere, per lei, vuole dire anche, e soprattutto, imparare a vivere. Un mestiere difficile per tutte le creature: gettate nel mondo senza essere state interpellate…
Costretti, infatti, da un destino le cui coordinate sfuggono alla ragione, gli uomini annaspano, errando solitari e in ordine sparso: come insetti, vagano, coinvolti in un eterno girotondo, che si ripete, obbedendo a un disegno segreto… Far finta di nulla, ignorare la condizione in cui si è chiamati a esistere vuol dire lasciarsi andare alla deriva, accettare lo scacco. Ma un poeta non può arrendersi. Con l’ala aperta a nuovo volo, deve, invece: levarsi; vincere la solitudine; cogliere e proteggere la parola che arriva dalla bruma; scrutare, con occhi liberi dal pensarsi eterni, le infinite luci della parola che salva …
La poesia di Chessa Olivares mira a superare lo scarto tra realtà e sogno e, nel contempo, si configura come una strategia tesa a guardare la morte negli occhi. Il talismano utile ad affrontare con successo l’impresa temeraria è la scrittura che, pur pietrificando la parola, è in grado poi di richiamarla in vita: meno legata all’attimo, essa soltanto riesce a vincere il tempo; lascia traccia; fa rivivere le cose; ne recupera e protegge la memoria; dona sostegno e conforto a chi teme l’autunno incombente e il ghiaccio ineluttabile dell’inverno…
Devota sacerdotessa dell’Essere, l’artista ama abbandonarsi spesso al silenzio fecondo; si pone in ascolto, in attesa della parola nuova, capace di rivestire un altro brandello di quella verità smisurata che a poco a poco si fa arrendevole, concedendosi soltanto a chi ha saputo darle prova di esserne follemente innamorato.
Non esiste una lingua già pronta di cui la poesia possa fare uso senza fatica. In una realtà in perenne mutamento, dove tutto muore e rinasce ogni giorno, occorre che il poeta, collegandosi in modo dinamico col flusso continuo dell’energia che attraversa l’universo, di volta in volta inventi nuove melodie facendosi testimone del respiro lungo e potente di tutte le galassie. A questo assunto Iole Chessa Olivares resta fedele. Lo testimonia la sua sperimentazione costante, audace e propositiva, il cui frutto è visibile nell’efficacia delle scelte lessicali e nell’uso equilibrato e funzionale dei mezzi retorici più idonei a fornire vitalità, limpidezza e spessore ai versi.
Pasquale Matrone (Articolo pubblicato su La Nuova Tribuna Letteraria, 2009)
La solitudine, il “grido” e la luce salvifica della parola nella poesia di Iole Chessa Olivares
Dopo essersi liberata dai vincoli dell’ideologia, del formalismo e dello strutturalismo, come testimonia la svolta dello stesso Todorov, la critica ha riacquistato la capacità di occuparsi dei contenuti delle opere letterarie e delle motivazioni, più o meno consapevoli, da cui l’autore si è lasciato guidare. Chi si avvicina a un libro non lo fa più con l’acribia esasperata e inutile dello specialista che, nel suo asettico laboratorio, scruta il corpo esanime e le membra sparse di un testo in cui le singole parti sono state ingiustamente separate dal tutto, in ossequio a un criterio statico, precostituito, astratto, fuori del tempo e, tuttavia, ritenuto infallibile. Si è finalmente compreso che questa procedura mortifica l’arte, rubandole l’anima e sclerotizzandone le forme.
Aprendosi, invece, a una visione più dinamica, empatica e creativa, il critico deve immergersi nell’opera esaminata, coglierne la filosofia, le ragioni, le intenzioni, le verità inespresse, le relazioni con il passato e il presente della letteratura nonché quelle con il vissuto irripetibile dell’autore… Ciò, naturalmente, più che implicare un’ attenzione superficiale alle forme e cioè agli espedienti retorici usati, al verso, alla rima, alla limpidezza lessicale, alla disposizione in strofe… richiede, agli addetti ai lavori, un atteggiamento ermeneutico nuovo, mirato a considerare le forme, più che elementi
accessori, parte integrante del discorso poetico.
Proprio nel rispetto di quanto affermato in questa premessa, l’esplorazione del mondo lirico di Iole Chessa Olivares viene condotta con l’attenzione costantemente rivolta alla visione del mondo da cui traggono alimento le radici del canto…
Amareggiata dalle ombre e dalle contraddizioni presenti nell’uomo e nella Storia, la poetessa avverte un vuoto, un’assenza intollerabile, una congenita impotenza che le impedisce di stabilire un contatto con l’Assoluto e di ottenere una risposta che giustifichi la sua presenza sulla terra e tra gli uomini. Si interroga, domanda, vuole capire. Vivere è un enigma che le grava sull’anima, seminandovi la zizzania dell’inquietudine e del sospetto: ci si muove a fatica sui sentieri impervi dell’esistenza, stimolati da una cieca volontà di vivere all’infinito. E, giorno dopo giorno, si percepisce sempre più l’ostilità del muro che sottrae a questa folle aspirazione la sia pur minima possibilità di essere appagata. Si procede in solitudine, gli uni estranei e indifferenti agli altri: in una babele di suoni chiusi a ogni tentativo di sintonia, solo in apparenza dialoganti, destinati a perdersi nel delirio di un grottesco e frustrante monologo collettivo… Monadi, privi di porte e di finestre, gli uomini urlano la loro angoscia, incapaci di parlare e, soprattutto, di ascoltare…
È da qui che parte il viaggio poetico di Iole Chessa Olivares, un’artista che, nel mentre si adopera di esplorare ragioni e segreti del suo essere nel mondo, riesce a farsi voce universale e canto della drammatica epopea del vivere e del morire. Nel suo ostinarsi a ricercare senso, vi è un sottile e costante timore di essere inadeguata, di essere sprovvista dell’energia e dei mezzi indispensabili a dare concretezza alle sue attese. I momenti di scoramento risultano a volte paralizzanti; poi la mente si distende: l’acqua viva e limpida del torrente, che fino a pochi attimi prima pareva prosciugato, riprende a scorrere, spargendo, sul reame-dolore, gocce quasi impercettibili di nuova indomita speranza.
Si tratta, purtroppo, di una breve pausa soltanto. Alimentato dall’antica causa persa, il lamento assordante degli uomini appare sempre più fioco e insensato nei confronti di un Assoluto avvezzo a non lasciarsi raggiungere.
C’è dolore nel mondo. La poetessa ne prende atto e ne parla senza compiacimento vittimistico e senza mai indossare abiti eroici e titanici. Entrambi gli atteggiamenti non le appartengono: non è abituata ad attingere alle ragioni consunte di cui abbondano i pianti sempre più grevi e ridicoli dei malati immaginari travestiti da poeti. Lei ha provato, nel corpo e nell’anima, il fuoco delle stimmate che il tempo e la società quotidianamente infliggono proprio alle creature più sensibili…
Un grido terrificante si sprigiona, dilatandosi, dalla terra, da quanti in essa hanno la ventura di abitare e dall’intero universo. La poetessa ne coglie la veemenza e il rumore. Come gli altri. O, forse, molto di più. Perché i poeti, allenati a sentire e a percepire anche i semplici balbettii della realtà, di quest’ultima, più degli altri, sanno interpretare i codici, i messaggi, i segnali… Neppure a loro, tuttavia, risulta facile trovare parole adatte a descrivere la natura e l’intensità soverchiante del grido: trasumanar, significar per verba non si porìa… Bisogna, dunque, scegliere un approccio diverso, più
efficace: farsi uno con le cose, udirne il respiro mediante l’intuizione, facoltà quasi divina che consente di varcare soglie precluse alla ragione. Iole Chessa Olivares teme di non riuscire mai a rappresentare, in maniera esauriente e fedele, l’intensità della pena provocatrice del grido: le parole in suo possesso non le bastano, sono deboli, povere; si adattano, sia pure a fatica e in modo parziale, a narrare a malapena i contorni, e cioè solo la buccia informe, diafana, sottile e quasi evanescente dell’ urlo che, infrangendo la barriera del suono, si rapprende in una smorfia afona, priva di respiro: simile a quella inchiodata sulla tela da Munch, con un impasto livido di bile, di sangue e di piombo…
Per l’artista romana, comunque, la presa d’atto generatrice della sua filosofia, più che un tragico e desolato punto di arrivo, rappresenta uno stimolo, un ostacolo funzionale e produttivo, un’occasione preziosa per riprendere il suo viaggio verso il Mistero. Il ruolo del traguardo, e cioè della soluzione dell’Enigma, comunque, va ridimensionato. Più di essa conta lo spirito con cui, quotidianamente, ci si mette in cammino. L’atteggiamento giusto si assume solo allorché si comprende che le cose tutte sono governate dall’impermanenza; che tutto ciò che si offre allo sguardo è illusorio; che oggetti e creature appaiono e scompaiono in un processo di metamorfosi perenne; che non è possibile toccare due volte la stessa acqua dello stesso fiume… Ostinarsi a ignorare questa verità provoca patimenti e ingiustizie. Prenderne atto, invece, consente di riappropriarsi della libertà di rendere caldo e gioioso il presente. Essere consapevoli che tutto ciò che nasce è destinato a morire è l’unica strategia per sottrarsi alla trappola dell’egoismo e della sofferenza e per fare di ogni momento del viaggio un’esperienza pregnante, forte, indimenticabile.
Un vissuto non sempre immune da sconfitte e da pene, e, comunque, affrontato sempre con la voglia di essere, se non indiscussa protagonista, almeno coartefice della propria umana avventura, ha messo la poetessa in contatto con una vasta gamma di contenuti sapienziali a cui attingere per un personale e indispensabile progetto di salvezza. L’idea dell’impermanenza è frutto, infatti, di un approccio intelligente con il pensiero buddista dal quale ha appreso che la Verità, oltre che conosciuta, va anche sperimentata dentro sé stessi e nei fatti della quotidianità: per crescere, riempirsi di luce, trasformarsi, assecondando e non ostacolando l’eterno e fatale mutamento…
La scrittura di Iole Chessa Olivares affonda le radici in un’infanzia segnata da un difetto di comunicazione, da una voglia di tenerezza solo parzialmente esaudita: più che per colpa altrui, per una sensibilità di frontiera bisognosa di risposte adeguate alla sua natura e, cioè, assai più consistenti di quelle destinate, in genere, ai fanciulli. È andata così. O, comunque, così appare nella polvere sparsa di una memoria in cui i conti del dare e dell’avere rimangono e, forse, rimarranno per sempre in sospeso… Scrivere, dunque, è stato il primo e più accessibile mezzo di autodifesa e di consolazione. Uno strumento di cui, con gli anni, ha scoperto sempre di più la potenza, il valore, la funzione…
Le parole non le bastavano a esprimere in modo pieno il suo mondo interiore; forse le mancava il coraggio di pronunciarle tutte; o, quel che più ancora la tormenta, i destinatari dei suoi messaggi non avevano voglia di ascoltare: insensibili nei confronti delle esigenze affettive e intellettive di chi, in un corpo ancora acerbo, già nascondeva il cuore e l’intelligenza di un’anima grande, impaziente di spiccare il volo… Il foglio bianco, invece, rendeva tutto più facile: consentiva di andare oltre le fragili risorse della semplice voce; col suo silenzio invitante e discreto le offriva la possibilità di dare nome e dimora sicura alle cose non dette.
In un momento di dubbio e di inquietudine, la poetessa confessa di avvertire con urgenza la necessità di imparare a scrivere: molto più di quanto non sappia già farlo. La sua non è una banale dichiarazione di umiltà e di falsa modestia; è, invece, la rivelazione onesta di un convincimento ben motivato: più i suoi orizzonti conoscitivi si allargano, più sente mancarle il linguaggio adatto a fornire una rappresentazione incisiva e fedele di quanto la sua mente è riuscita a comprendere. Imparare a scrivere, inoltre, per lei, vuole dire anche, e soprattutto, imparare a vivere. Un mestiere difficile da apprendere: per lei come per tutte le creature: gettate nel mondo senza essere state interpellate…
Costretti, infatti, da un destino le cui coordinate sfuggono alla ragione, gli uomini annaspano, curva la schiena alle tante maschere d’onore e d’amore, errando solitari e in ordine sparso; come piccoli insetti, vagano nell’universo, coinvolti in un eterno girotondo, che si ripete, obbedendo a un disegno segreto e, solo nell’ingannevole superficie, ogni volta nuovo e diverso… Far finta di nulla, ignorare la condizione in cui si è chiamati a esistere vuol dire lasciarsi andare alla deriva,
accettare lo scacco. Ma un poeta non può arrendersi. Con l’ala aperta a nuovo volo, deve, invece: levarsi; allenare lacrime di mai pentita speranza; oltrepassare la solitudine egemone dell’oltre; cogliere e proteggere la parola screziata che arriva dalla bruma; scrutare, con occhi liberi dal pensarsi eterni, le infinite luci della parola che salva, l’ultima pelle tatuata sulle labbra del mondo…
La poesia di Chessa Olivares mira a superare lo scarto tra realtà e sogno e, nel contempo, si configura come una strategia esistenziale tesa a guardare la morte negli occhi. Il magico talismano per affrontare con successo l’impresa temeraria è la scrittura che, pur pietrificando la parola, è in grado poi di richiamarla in vita con la lettura. Nel mentre se ne fa uso, la parola esce dal petto, palpita,vive… Ma la magia dura solo un istante. Una volta pronunziata, la parola si perde nell’aria, si dissolve, non lascia traccia. La scrittura, invece, frutto della mente, meno legata all’attimo, immobile e ferma come la morte, vince il tempo; lascia traccia; fa rivivere le cose; ne recupera e protegge la memoria; dona sostegno e consolazione a chi teme l’autunno incombente: un timore che la poetessa tenta di esorcizzare, vincendo la nausea ipocondriaca che, come serpe, cerca di avvelenarne il cuore…
Indecifrabilità dell’Essere, solitudine esistenziale, sensazione di estraneità nei confronti del proprio destino, ricerca affannosa di significato, consapevolezza del continuo disfarsi delle cose… sono i passaggi drammatici e sublimi di uno spartito
scritto e diretto con maestria: temi che, nelle quinte dell’anima, da pianto a pianto, sugli spigoli vivi del continuo movimento: girano, si rincorrono, si alternano, si incrociano, si ripetono. E che ogni volta, illuminati da un’angolazione diversa, offrono nuovi spunti di riflessione, ipotesi non ancora sperimentate per porsi in una relazione più appagante con la realtà, con la Storia e con l’Assoluto. Con quest’ultimo soprattutto, che, dalla poetessa, più che Inconoscibile viene considerato, in maniera più costruttiva, solamente Ignoto, cioè non ancora conosciuto e, tuttavia, destinato a essere, prima o poi, catturato e compreso.
Le tematiche presenti nel messaggio di Iole Chessa Olivares sono comuni a tantissimi poeti. A renderle coinvolgenti e nuove sono la passione e la forza con cui vengono affrontate e, con esse, la vigorosa e affascinante cifra stilistica che le distingue, e cioè l’originalità della loro forma.
In merito al valore e alla funzione attribuita alla veste formale di un messaggio poetico, Stefano Colangelo, nel saggio Come si legge una poesia, ricorre a un esempio molto concreto e appropriato: “Conoscere una persona significa osservarne, spesso segretamente, i gesti, il modo di sorridere, di camminare, le reazioni involontarie a uno stimolo…; da quegli elementi si desumono molte più informazioni di quante l’individuo voglia trasmetterci: i gesti sono codici di superficie, che lo mantengono a contatto con il mondo, ma testimoniano anche, in certa misura, il suo più segreto modo di stare nel mondo.” Ed è così. L’esame attento, infatti, dei codici di superficie e cioè dello stile dei versi di Iole Chessa Olivares rivela, in maniera eloquente e inconfondibile, la natura, le caratteristiche e la genesi del messaggio in essi racchiuso. A sostegno e per meglio definire il valore alto della proposta poetica in questione, risulta opportuno chiamare in causa anche quanto afferma Nietzsche in Umano troppo umano: “ruvida concisione, calma e maturità: là dove tu trovi queste qualità in un autore, fermati e celebra una lunga festa in mezzo al deserto; per molto tempo non starai più così bene.” E proprio i pregi suddetti, validi e condivisibili sul piano estetico e su quello umano, sono i nobili e robusti pilastri su cui poggia la scrittura di Chessa Olivares: sempre misurata, sorvegliata, rapida, essenziale: espressione significativa di una personalità avvezza a proteggere con dignità, pudore e coraggio le stanze più intime della propria anima.
Il confronto con i versi delle raccolte sino ad ora pubblicate rimanda anche a La gaia scienza, l’opera in cui, riferendosi ancora alla relazione che si instaura tra autore e lettore, il filosofo tedesco dichiara: “Chi scrive non vuole solo essere compreso, ma altrettanto sicuramente vuole non essere compreso. Non è affatto un argomento contro un libro, se uno qualsiasi non lo capisce: forse era proprio questa l’intenzione del suo autore: non voleva essere capito da uno qualsiasi. Ogni spirito, ogni gusto nobile sceglie gli ascoltatori, quando vuole essere capito: e scegliendoli traccia contemporaneamente i confini nei confronti degli altri. Le sottili leggi di uno stile hanno tutte origine da qui: esse tengono a distanza, vietano l’accesso, la comprensione, mentre aprono le orecchie di coloro con cui abbiamo affinità.”
E, in fondo, è proprio questa l’intenzione di Iole Chessa Olivares. Il suo non è certo un atteggiamento dettato da presuntuosa ed elitaria ostilità nei confronti di una categoria meno nobile di frequentatori della scrittura, bensì soltanto una sorta di umano e comprensibile tentativo di impedire alla banalizzazione di contaminare la sacrale purezza della parola: che, come sostiene Heidegger, è il tramite con cui, a poco a poco, l’Essere si svela. E nella ricerca umana ed estetica della poetessa, l’attesa dell’attimo rivelatore, dell’onda anomala di una nuova celeste salmodia, del battito improvviso di ciglia, dello strappo di fionda capace di stanare dalla nebbia una certa verità, dell’incontro, sia pure fulmineo, con un’orma almeno dell’Assoluto è appassionata, costante, intensa, autentica, sofferta. Sacerdotessa dell’Essere, l’artista si abbandona totalmente a un silenzio fecondo; si pone in ascolto, fiduciosa nell’arrivo della parola nuova, del supplemento di linguaggio capace di infondere significato in un altro brandello di quella verità smisurata che, sia pure in briciole impalpabili quasi, a poco a poco si fa arrendevole, lasciandosi possedere soltanto da chi ha saputo darle prova di esserne follemente innamorato.
Non esiste una lingua già pronta di cui la poesia possa fare uso senza fatica. In una realtà in perenne mutamento, dove tutto muore e rinasce ogni giorno, occorre che il poeta, collegandosi in modo dinamico col flusso continuo dell’energia che anima l’universo, di volta in volta inventi un canto nuovo facendosi testimone del respiro lungo e potente di tutte le galassie. A questo assunto l’artista romana resta fedele. Lo testimonia la sua esplorazione costante, audace e propositiva del linguaggio, il cui frutto è rintracciabile nella originalità e nell’efficacia delle scelte lessicali e nell’uso equilibrato e funzionale degli strumenti retorici più adatti a fornire vitalità, limpidezza e spessore ai versi.
Il motivo della parola che giunge da lontano per svelare e rivelare è quello che risulta più presente nella scrittura poetica di Chessa Olivares. E, se dianzi, a proposito del concetto di impermanenza, è parso opportuno citare le parentele con la cultura orientale e col buddismo in particolare, a questo punto non si può fare a meno di chiamare in causa l’appartenenza cristiana fortemente incuneata in una coscienza dotata già, per sua indole, di non comune tensione etica e del tutto immune da atteggiamenti fideistici dettati da bigottismo ottuso e sterile. La poetessa, avvezza a cercare e a vivere il Vero, nulla è disposta ad accogliere in maniera acritica e passiva. Con questo animo percorre una strada che, come prima sottolineato, risulta assai vicina a quella frequentata da Heidegger e che trova un suo punto fermo nel Vangelo di Giovanni: Dio è luce e cioè parola capace di farsi carne dentro le miserie e gli orrori della Storia; in quanto luce, la parola, che è vita, ha il potere di infrangere le tenebre, metafora della morte; la parola è anche pensiero, ragione, soffio divino, amore; la scrittura, dunque, è Amore: Eros vittorioso su Thanatos.
In nome di questa ‘religione’, Iole Chessa Olivares riesce a svuotarsi di ogni pretesa di sapienza, fa spazio e ordine nella mente e nell’anima, affina i sensi, dimentica le angustie ingombranti e i limiti del proprio io, e si offre fiduciosa alla parola: che, come sibilo, sussurro, giunge da molto lontano, screziata… E parla: dice molto di più di quanto un primo superficiale impatto consente di capire. Cresce insieme con l’intelligenza di chi l’ascolta: più l’orecchio si affina e più il significato si dilata. È così che, per gradi, a poco a poco, frammento dopo frammento, l’Essere emerge dal suo nascondiglio…
E l’autunno, finalmente, smette di seminare angoscia, al calar della sera. Si scopre che, vissuta senza grettezza, aprendosi alla comprensione e alla compassione, anche questa stagione è bella e generosa di frutti, come le altre. Si riesce a tradurre il dolore in sinfonia sublime. Si capisce che le creature e il loro Artefice, pur con ruoli diversi e distanti, sono fatti della stessa stoffa. Si scopre che la vita si riempie di senso solo se si riesce a essere consapevoli del proprio esserci: anche a testimonianza e a vantaggio di quelli che non sanno, non vogliono o non sono in grado di farlo.
Pasquale Matrone (Saggio critico)
La poesia come presa di coscienza e atto di libertà nella visione del mondo di Iole Chessa Olivares
Il grido e la buccia della vita nei versi di un’artista perennemente in bilico tra la consapevolezza del dolore e l’ostinazione della speranza
Iole Chessa Olivares, cagliaritana di nascita, vive a Roma. Convinta sostenitrice della necessità di portare la poesia tra la gente per utilizzarne al meglio le infinite risorse e potenzialità, dal 1998, con il Gruppo Camillo Ravera, organizza incontri con studenti e insegnanti nelle scuole di Roma e provincia con risultati oltremodo gratificanti e convincenti.
Dopo le sillogi: Lente apparizioni, Di baleni una rapsodia, Oltre il sipario, Nella presa di un’ora, In piena sulla conchiglia, si è imposta all’attenzione del pubblico con il libro Quel tanto di rosso; la raccolta, edita da “Terre Sommerse”, è integrata da un Compact Disk in cui le liriche, oltre a essere recitate dall’autrice e dall’attore Niccolò Carosi, vengono cantate da Patrick Edera.
Nel gennaio 2008, ha pubblicato, per la Casa Editrice Lepisma, La buccia del grido, nella Collana “Girasoli”, diretta da Luigi Reina. L’opera, corredata dagli interventi sapienti di Dante Maffia e Plinio Perilli, poeti e critici raffinati, rispettivamente autori della prefazione e della postfazione, offre una testimonianza notevole di un livello di maturazione artistica conseguito con una ricerca interiore e letteraria vissuta in un alternarsi sofferto di inquietudine costruttiva, consapevolezza dell’ineluttabilità del dolore e ostinazione di una speranza proiettata oltre i confini della speranza.
Fine dicitrice, dotata di carisma e solarità, Iole Chessa Olivares, riesce a dare corpo, musica e voce alla sua visione del mondo e a trascinare nel suo fascinoso e complesso universo anche coloro che, di solito, risultano poco sensibili o addirittura indifferenti nei confronti di qualsivoglia proposta letteraria.
Della sua poesia, più volte premiata, si sono occupati Domenico Cara, Dante Maffia, Angelo Manitta,Pasquale Matrone, Plinio Perilli, Stefano Valentini...
Da qualche anno, seguo con grande interesse quest’artista, prima incuriosito e poi sempre più attratto dalla robustezza della sua visione del mondo e dalla sua straordinaria capacità di servirsi di un lessico in perenne movimento: fresco, originale, mai scontato, preciso, ricercato, efficace, intenso…
Le spiego, per telefono, il motivo dell’intervista da destinare ai lettori de “La Nuova Tribuna Letteraria”; le racconto del progetto che io e Giacomo Luzzagni, da anni, cerchiamo di realizzare, tracciando una mappa dei poeti contemporanei che, liberi da condizionamenti ideologici ed emarginati da un’editoria sempre più distratta e in tutt’altre faccende affaccendata, rischiano di restare muti, proprio quando la società, sempre più disorientata ed egoista, ha più bisogno di ascoltare l’armonia rigeneratrice e pulita di parole impregnate di luce e di anima…
Che rapporto c’è tra la vita e la scrittura?
“C’è un rapporto molto stretto. Mediante la scrittura, cerco di mettere ordine nella mia vita. In una poesia della mia ultima raccolta dichiaro che, in pura perdita, scrivo per imparare a scrivere e … mi apro alla deriva. Scrivo per capirmi e per capire la vita degli altri. Ho cominciato a farlo sin da quando ero bambina. Cercavo di comprendere il senso di quanto mi era successo nell’arco della giornata, affidandomi alla discrezione silenziosa, amica e invitante della pagina bianca. E mi sentivo più leggera, liberandomi da quanto mi era apparso pesante, sgradevole. Raccontavo e provavo sollievo, ritrovavo la voglia di vivere e di mettermi in relazione con gli altri…”
Mi ha colpito, nel leggere i versi delle sue raccolte, il perfetto equilibrio tra pensiero, parole e musica…
“Pensiero, parola e musica sono i tre volti di una stessa realtà. Quando la parola riesce a essere pregnante di significato, e cioè di pensiero, contiene in sé, naturalmente, la musica. Occorre, dunque, individuare la parola che meglio si armonizza con il concetto da esprimere. Quando scrivo, parto sempre da un’immagine o da un sentimento che mi hanno fatto riflettere o sussultare; cerco, poi, di adeguare il lessico all’impulso emotivo, alla riflessione; se ci riesco, sono io, per prima, a sentire la musica...”
Il suo ultimo libro si intitola “La buccia del grido”. Perché?
“Il grido è quello che si sprigiona dalla vita e dalle sue infinite e insopportabili contraddizioni; e la buccia è la forma, la veste, che dà corpo al grido di tutte le creature. La buccia è il linguaggio che riveste la sostanza del grido, trasfigurandola, trasformandola in canto… Il dolore ci urla dentro, ci incalza, ci tormenta. Per non soccombere, occorre prendere coscienza delle contraddizioni, accettarle, usarle come stimolo a dare il meglio di noi stessi… La vita è Mistero; e questo, a volte, ci risulta inaccettabile. L’Assoluto ci appare freddo, lontano, indifferente, sordo. Ci verrebbe voglia di ribellarci… Ma non servirebbe. Stiamo tutti sulla stessa zattera nell’oceano incommensurabile e assurdo dell’Essere. Prenderne atto, farsene una ragione, accettare in modo consapevole e dignitoso la nostra condizione di naviganti ci consola; ci regala frammenti preziosi di speranza; e, soprattutto, ci rende, finalmente, liberi. Liberi di sognare, di sfidare la paura, di trasformare la sofferenza in canto benefico e sublime.”
Flaubert amava ripetere che nessuno capisce nessuno. Se questo è vero, a che serve scrivere?
“So, per esperienza, che è difficile individuare codici e linguaggi adatti a stabilire contatti tra noi e gli altri. Ma so anche che non ho voglia di arrendermi. Ci sarà pure un modo; non bisogna mai smettere di provarci; occorre credere nell’impossibile. Abbiamo tutti bisogno di uscire dalla solitudine e di sentirci accanto gli uni agli altri per dare scacco al dolore e al male di vivere. La comunicazione porta alla condivisione e alla consolazione; vince le inquietanti tenebre della notte; spalanca le finestre alla luce e all’aria benefica dell’alba ...”
Pasquale Matrone (Intervista pubblicata su La Nuova Tribuna Letteraria. 2009)
Una poesia di Iole Chessa Olivares
In ordine sparso
In ordine sparso
soffre ognuno la sua ombra
e nel rasentare i muri
o il centro della vita
annaspa, curva la schiena
alle tante maschere
d’onore e d’amore,
al consistere largo degli istanti,
all’andare del destino.
Intervista destinata al numero 90 – 2008 de La Nuova Tribuna letteraria
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